|
|
Lo snodarsi pianeggiante della Val di Mello tra chiare
pareti di granito, torrenti dalle acque cristalline e faggi secolari
è talmente celebrato che non ci dilungheremmo... Se non ci siete
mai stati l’effetto sarà superiore alle aspettative suscitate
da qualsiasi lettura!
Dalla piazza principale di San Martino (923 m) si imbocca via Cà
de l’Or e, superata la fontana dell’Acqua Bona, si raggiunge
la chiesa parrocchiale. Alle sue spalle, oltre un arco formato da un
masso, si imbocca il sentiero per la Val di Mello. Lasciate a sinistra
due deviazioni si percorre in leggera salita un bosco di frassini e,
oltre un sottopasso, ci si immette nella carrozzabile per la Val di
Mello. La strada, che diviene acciottolata poco dopo, consente già
ottimi scorci, in particolare sulle grandi pareti che circondano l’imbocco
della vallata nonché sulla Cascata del Ferro, visibile sulla
sinistra in corrispondenza di un ponticello.
Raggiunto il parcheggio (1030 m circa), il tracciato si trasforma in
comoda mulattiera che, lasciati a sinistra i primi gruppi di baite,
si snoda tra cortine di larici e radure. Tutto intorno si apprezza il
perfetto connubio tra la natura e l’antica mano dell’uomo.
Oltrepassato il grazioso nucleo di Cà Rogni, situato al di là
del torrente, ci si meraviglierà della bellezza delle numerose
pozze di acqua trasparente tra le quali la più famosa, riconoscibile
da un isolotto roccioso, è stata prosaicamente denominata bidet
della contessa. Il grande prato che si apre a metà valle, dominato
sullo sfondo dal Monte Disgrazia, è quello di Cascina Piana (1092
m), tra le cui baite, spesso costruite a ridosso di enormi massi precipitati
dalle pareti soprastanti, si trovano anche due rifugi-ristori.
Alle spalle di questa località si ritrova l’alternanza
tra bosco e prati da sfalcio; lasciata a sinistra la deviazione per
il Rifugio Allievi si affronta un breve tratto in salita oltre il quale,
superato un torrente secondario, si sbuca alla Rasica (1148 m; ristoro),
ultimo maggese della vallata. A questa località, oltre che lungo
l’itinerario sin qui descritto, si può giungere anche costeggiando
l’opposta sponda del torrente, dopo aver attraversato uno degli
innumerevoli ponticelli.
Da questo punto, per proseguire oltre bisogna disporre di calzature
e abbigliamento adeguati. Rientrati nel bosco di abeti si comincia a
guadagnare quota con alcune serpentine. Lasciata a sinistra anche la
deviazione per la Val Torrone si supera un ponticello (1298 m) oltre
il quale si sale in campo aperto sino a sfiorare le lisce placche dell’Oasi,
una frequentata palestra di roccia. Si rientra per l’ultima volta
all’ombra degli abeti, in un tratto tra i più suggestivi,
per uscirne proprio in prossimità della Casera di Pioda (1559
m), circondata da un selvaggio, imponente anfiteatro di pareti.
I SASSISTI
E LA VAL DI MELLO
Intorno
alla metà degli anni Settanta un gruppo di arrampicatori sondriesi
fondava lo storico gruppo dei sassisti. Ne facevano parte Jacopo Merizzi,
Antonio Boscacci, Paolo Masa, Giuseppe Miotti, Giovanni Pirana, Gianpietro
Masa, Francesco Boffini, Mirella Ghezzi e Ermanno Gugiatti. Influenzati
dall’arrampicata inglese e californiana e stimolati dall’innovatore
milanese Ivan Guerini, questi giovanissimi sassisti decisero di “rompere”
nei confronti di un ambiente alpinistico tradizionale e tradizionalista
«stretto dentro abiti e tradizioni che altri avevano confezionato
nei decenni precedenti» abbracciando una filosofia che intendesse
l’alpinismo e l’arrampicata come un grande gioco, libero
e creativo. Così le grandi pareti della Val di Mello, fino ad
allora ignorate dagli alpinisti che le sfioravano per salire alle pareti
in quota, divennero un immenso, vergine terreno d’avventura.
Le tecniche alpinistiche in uso fino ad allora erano superate in partenza:
sulle lisce placche di granito gli scarponi vennero sostituiti da scarpe
da ginnastica e poi dalle lisce scarpette da arrampicata, che introducevano
il fantastico concetto di arrampicata dinamica. Qualche chiodo poteva
essere piantato nelle fessure più sottili ma per le spaccature
più larghe era necessario utilizzare prima dadi da incastro,
poi degli attrezzi a camme detti friends. Ma spesso, le lisce lavagne
della Val di Mello risultavano improteggibili e l’arrampicata
si trasformava in un impegnativo “viaggio” psicologico in
equilibrio precario, molto lontani dall’ultimo chiodo. Il fine
della scalata non era più la vetta ma l’avventura in senso
assoluto; una cengia, un bosco, le rive di una cascata diventavano il
punto di arrivo di una memorabile giornata, “in valle”.
Affinate le tecniche dell’arrampicata sulle impegnative pareti
della Val di Mello dove, tra l’altro, venne introdotta per la
prima volta in Italia la difficoltà del settimo grado questi
arrampicatori “esportarono” le loro capacità ad altri
ambiti: da una parte si rivolsero alle grandi pareti in quota della
Val Masino, dove aprirono nuovi, difficili itinerari; dall’altra
si dedicarono alla scalata sui massi: l’odierno sassismo o bouldering.
il bouldering consiste nel superare
difficoltà estreme... a pochi centimetri da terra! Questa attivitá,
che oggi trova grandissimo riscontro tra i giovani, viene praticata
su quasi tutti i sassi che punteggiano il fondovalle; l’attrezzatura
necessaria si limita a un materassino, che serve ad attutire le molteplici
cadute, a un paio di scarpette da arrampicata e a un grosso sacchetto,
di magnesite, che impedisce la sudorazione dei polpastrelli al fine
di sfruttare ai meglio le ruviditá della roccia.
Durante il primo week end di maggio si svolge in Val Masino l’ormai
tradizionale Melloblocco, un meeting internazionale di sassismo che
vede ogni anno la partecipazione di migliaia di appassionati.
|